Un racconto personale, per chi ha attraversato o sta attraversando, lo stesso dolore. Per dire che sì, il buio può diventare luce, anche quando sembra impossibile.


  • L’inizio di un sogno.

Gennaio 2022.
Dopo anni di una coppia un po’ “strana e tormentata”, dopo il Covid e qualche mese ormai di convivenza, arriva il momento del grande passo: provare ad avere un bambino.

La più convinta sono io, anche perché il mio orologio biologico comincia a farsi sentire, e la mia ginecologa non aiuta: a ogni visita, da quando ho compiuto 34 anni, mi ripete “E allora, lo facciamo sto bambino? Guarda che stai per farne 35, eh!”.
Insomma, zero ansia proprio.

Gennaio passa, poi anche febbraio e marzo.
Ad aprile torno dalla ginecologa e le dico che ci stiamo provando. Lei mi fa le solite domande (ah, per inciso: avevo già fatto tutti gli esami preconcezionali, cosa che consiglio a tutte di fare) e poi parte con:

“Ha 37 anni, questo è il quarto mese… forse è meglio che prenotiamo un appuntamento per la PMA. Intanto lui fa uno spermiogramma e tu una salpingografia, poi vediamo.”

Esco da quella visita basita.
“Cavolo” penso, “sono passati quattro mesi, non quattro anni… e neanche troppo precisi siamo stati nel cercare l’ovulazione.”


  • Il primo test.

Quella frase mi butta giù.
Alla fine decido comunque di prenotare gli esami, tranne la PMA che mi pare eccessiva. Gli appuntamenti arrivano per giugno.

Poi, un giorno, mi sveglio strana. Nausea.
“Va beh, succede,” penso.
Il giorno dopo, ancora nausea. Controllo: ho un ritardo.
Non mi illudo, aspetto.
Terzo giorno: nausea forte, stomaco chiuso.
Prendo un test, aspetto che Luca torni da lavoro e lo facciamo insieme…

Felicità, inutile negarlo, una gioia enorme!

Avevo nausea, il seno gonfio e un’energia che non mi faceva dormire. Fatalità, avevamo già prenotato un weekend in montagna: un bell’albergo con sauna e vasca in camera, tutto perfetto.


  • Quando tutto si ferma.

Passano bene i giorni, finché una mattina in bagno vedo del sangue. Panico.
Chiamo la ginecologa: “Tranquilla, succede. Metti il progesterone e riposa.”

Lo faccio.
Tutto sembra tornare normale.

Poi, il giorno della partenza, tornano sangue e crampi forti.
Nausea sparita, seno sgonfio. Io l’ho già capito. Luca un po’ meno.

Corriamo dalla ginecologa.
Mi visita e dice:

“Elisa, qui non si vede niente. O è troppo presto, oppure… vedendo il flusso che hai, l’hai perso.”

L’ho perso.
È la frase che continuavo a ripetermi, fra le lacrime, in macchina, mentre scendevamo dalla montagna.


  • Il vuoto.

Usciamo distrutti.
In corridoio ci dicono qualcosa sugli appuntamenti successivi, ma non ricordo nulla.
Solo una frase mi rimane impressa:

“Beh, almeno siete compatibili.”

Dopo questo, non ho più rimesso piede da quella ginecologa.

Non lo avevamo detto a nessuno, tranne che alle ragazze del lavoro e a un’amica.

Tutti rispettosi, silenziosi.

Fisicamente ho avuto la fortuna che il mio corpo ha fatto tutto da solo, con dolore, ma da solo.
E sì, ho visto con i miei occhi cosa c’era dentro la mia pancia.

Poi, solo io.
Io che piangevo a tratti, mi sentivo vuota.
E come sempre accade, intorno a me solo annunci di gravidanze, pance e felicità.
Io volevo essere felice per loro, ma non ci riuscivo. Era troppo presto.


  • La chiamata che mi ha salvata.

Per fortuna era luglio e le vacanze vicine.
Un giorno mi sveglio e mi sento un po’ meglio.
Chiamo l’associazione CiaoLapo.

Parlo a lungo con una donna dolce e accogliente.
Ricordo ancora le sue parole:

“Elisa, hai già fatto tutto il processo. Sei stata brava. Ora datti il tempo di lasciare andare una parte del dolore, perché lo sai, una parte rimarrà con te.”

Così ho creato la mia scatola dei ricordi.
Dentro ci sono il test di gravidanza, una foto di me, Luca e il nostro piccolo in pancia, un paio di scarpine, e una lettera.
Ogni tanto la apro, la rileggo. Aiuta tanto.

Ho anche comprato una piccola bambolina-angioletto, di quelle da appendere all’albero di Natale.
È il nostro modo per ricordare che nella nostra vita c’è stato anche qualcun altro.


  • La rinascita.

Ad agosto vado da una nuova ginecologa, una persona speciale.
Mi dice che non sono vecchia, né “rotta”, né niente del genere.
Mi visita con calma, non ritiene necessari altri esami.
“Vai” mi dice, “ci sentiamo tra qualche mese.”

Partiamo per Berlino, senza pensieri.
Era una vacanza tutta nostra ( più di Luca che mia, io amo Londra ) per vedere un concerto dei Moderat, un gruppo che adoriamo entrambi.

Abbiamo girato, riso, corso sui monopattini elettrici.
Non abbiamo pensato a nulla.


  • L’arcobaleno 🌈

Torniamo a casa e riparte la routine: io riapro l’asilo, inauguro la sede di Preganziol, Luca torna al lavoro.
Poi una mattina mi sveglio e vomito.
“Ma dai, io non mi ammalo mai,” penso…

Il giorno dopo, di nuovo nausea. Capisco.
Terzo giorno, stesso copione.
Rifaccio il test.

Seduti sul divano, lo appoggiamo sul tavolino e prima ancora di leggere, appare la scritta:
Incinta. 2-3 settimane.

Era arrivato il nostro arcobaleno.

È stata un’emozione fortissima.
Pensavo di viverla con paura, invece no. Solo le prime ecografie le facevo col cuore in gola, ma tra tutta la nausea e i vomiti quotidiani, sapevo che lì dentro c’era qualcuno che cresceva.


  • Un messaggio per chi legge.

Ve lo racconto per dare speranza.
Perché sì, ci porteremo sempre nel cuore quella ferita, quel vuoto.
Ma a volte, dopo la tempesta, arrivano davvero le cose belle.

La nostra si chiama Riccardo. ❤️

Rispondi